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Nessuno si senta offeso, ma a me i comunisti non mi piacciono. Nemmeno tanto i fascisti. Ma i comunisti di più, vincono loro.Quando eravamo ragazzi i comunisti mi piacevano perché ad Aversa si faceva la festa dell’unità, alla villa. Me la ricordo perché costava tutto poco e io e Arturo potevamo mangiare le salcicce e bere la Coca-Cola, cose che a casa erano proibite da entrambe le mamme.

Poi come tutte le cose interessanti la festa dell’unità non si fece più, mai più, e io cominciai a pensare che tutto sommato questi comunisti di Aversa non erano poi tanto capaci. Nemmeno a mettere quattro bancarelle, chiamare gli amici e organizzare una festa.

  

Poi però Corrado comincio’ a fare la festa dell’unità a Marano, nel cortile di una scuola. Io ci andai una volta, e c’erano le salcicce che costavano poco, le patate fritte, i giochi a premio e soprattutto Vitti, che stava al liceo in classe con Danila e aveva due tette grandi così. Allora pensai che i comunisti di Marano erano meglio di quelli di Aversa. Poi c’era anche Vitti e questo faceva set, game, match.

Però poi successe un fatto.

L’anno successivo Corrado mi invito’ a suonare per tre giorni proprio alla festa dell’unità a Marano. Mi fece molto piacere, anche perché nella proposta venne sottolineato che le salcicce erano gratis.

E mi misero nel settore bar, quindi oltre alle salcicce anche la birra.

La prima serata così così. La seconda invece ancora me la ricordo. Eravamo io e un pianista e invece di suonare insieme, ci alternavamo, una canzone lui e una io. L’atmosfera era perfetta e c’era una energia speciale, tanto che contemporaneamente sul palco centrale c’era Consiglia Licciardi e da noi c’era più gente che da lei. Ma davvero tanta gente in più. Quella sera guadagnai un’enormità, centomila lire. Questi comunisti mi piacevano proprio.

Poi la notte venne a piovere, un temporale violentissimo che distrusse buona parte degli stand e allagò tutto. Un disastro. Chiamai Corrado il quale mi disse che saremmo andati avanti. E quando il giorno dopo arrivai alla scuola mi diedi da fare anch’io insieme a tutti gli altri per spalare il fango, ripulire le aree, riattivare gli stand.

Un culo così.

A una certa ora, arrivarono due/tre persone in auto blu, io non so chi fossero ma Vitti mi disse che erano due del partito. Sembravano importanti. Io pensavo che ci avrebbero dato una mano e invece loro fecero un giretto un discorso e se ne andarono. Fecero il giretto così bene che manco le scarpe di fango si sporcarono.

Minchia. Così voi fate i comunisti? Fratello compagno tu fatichi e io magno! Noi a farci il culo e voi belli e puliti a fare il discorso, della serie armiamoci e partite?!

Allora decisi che i comunisti non mi piacevano e che pure se facevano la festa dell’unità, quelli di Marano erano come quelli di Aversa. Tranne Vitti, per via delle tette.

Lo dissi pure a Corrado. Non mi chiamarono più.
   
Poi però mi iscrissi all’Orientale, che era come entrare nel mausoleo di Lenin.Il mio 28 a Diritto Pubblico dell’Unione Sovietica con il prof. Carlini fa ancora memoria. E poi delle menti, che belle. Il prof. Marramao, il prof. Roberto Esposito che aveva scritto un libro meraviglioso “Categorie dell’impolitico”, il prof. Ciriello e il grande Pasquale Coppola, con l’insostituibile Maury. Irraggiungibili. Un privilegio aver studiato con loro. Mi sentivo fortunato perché all’Orientale anche le mura trasudavano Cultura, con la “C” maiuscola.

Poi un bel giorno quelle mura vennero violate da una manica di scansafatiche che decisero di occupare l’istituto.

Gente di trenta/quarant’anni mai visti in istituto che decisero che invece di non fare un cazzo a casa loro dovevano venire a non fare un cazzo all’università e si chiamarono Pantera. Ci fu un’assemblea alla quale partecipai anch’io. Ad un certo punto un ragazzo si alza e dice più o meno questa cosa: “ieri mattina mi è stato consegnato un volantino. Mentre lo leggevo la digos mi ha fermato, chiedendomi i documenti, chi mi aveva dato il volantino etc. A me ha dato fastidio che per colpa di qualcuno io debba essere trattato così dalla digos”

 

Non l’avesse mai detto. Si alza un biondino col pizzetto e la faccia da eterno fuoricorso dicendo “quel volantino lo abbiamo scritto noi. Invito tutti i compagni firmatari ad alzarsi con il pugno chiuso per rivendicare la paternità della nostra azione”. E quelli per davvero si alzarono. Il ragazzo si cago’ sotto. 

A me sembravano tutti dei deficienti. Me ne andai. E decisi che non sarei mai stato comunista. Anche se stavo all’orientale.
Il ragazzo poi lo incontrai molti anni dopo in circostanze molto fortuite. Era ingrassato, si era arruolato e aveva sposato Renata, una bravissima ragazza brasiliana, che lui ha trattato veramente come merda delle scarpe. Quando seppi la storia pensai che forse una buona paliata quel giorno gli avrebbe fatto bene. Non importa se dalla digos o dai panterini. Chissà, ma forse quei comunisti avevano ragione quando lo chiamarono coglione.
Vitti invece non l’ho più rivista. Peccato.
Comunque io non potrei mai essere comunista. Perché i comunisti pensano di sapere tutto loro e pensano sempre di avere ragione loro. Anche quando non sanno le cose. Devono avere ragione perché loro sanno tutto per principio. Anche quando non sanno di quel che parlano.

  Una volta parlavo di musica con Giancarlo, chiacchiere da tabaccheria, niente di che. Ma gli dicevo quello che penso, ossia che il rock è una presa per culo generazionale e che nel mondo, dovunque sono stato, ho sempre trovato o una pizza che si chiama “O sole mio”, o un ristorante che si chiama “O sole mio”, o un hotel che si chiama “O sole mio”. Che quindi O sole mio, c’è da oltre cent’anni e ci sarà per sempre, mentre tra vent’anni la gente non saprà i Led Zeppelin chi sono. Lui mi guardò con l’aria del comunista che sa tutto lui dicendo “non penso proprio”. Io non gli risposi, ma onestamente non ho mai trovato una pizza, un ristorante o un hotel che si chiamasse “Stairway to heaven”.
  E poi prima c’era il PCI, con Berlinguer.

Ora solo umminielle, umminicchie e quaqquaraqqua! Che miseria di uomini.

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In questa storia c’entra Bobbo’ perché in realtà fin che non lo incontrai io suonavo con gli amici per strada giusto per racimolare qualche spicciolo. E a San Francesco alla domenica.
  Poi capito’ che facemmo filone e andammo all’High Bowl (che non ho ancora capito che significa) e stavamo in uno dei tavolini dietro. Parlavamo di chitarra, di musica e di una nuova canzone di Pino che si chiamava Notte che se ne va. Allora Bobbo’ mi chiese se sapessi suonare e soprattutto cosa suonassi. Ci mettemmo d’accordo per fare la serata il sabato successivo. Pioveva. Mi mise a suonare accanto alla cassa, che entrando stava sulla sinistra, con un microfono a capocchia e il pick-up per la chitarra. Il tutto attaccato ad un solo canale di un amplificatore che dire che faceva schifo è un complimento.
Poi c’entra Rossella, che malgrado fosse un metro e una banana era carinissima ed era una di quelle (delle tante), che mi piacevano ma non mi cagavano nemmeno di striscio. Ebbene, quella sera lei entra e sarà stato il fascino delle sette note, l’erotismo dei capelli legati (a 15/16 anni i capelli li avevo) e dell’orecchino, insomma Rossella mi da’ un bacio.
  Poi c’entrano i soldi. Perché per quella serata io presi 30,000 lire. Minchia, 30,000 lire! E chi le aveva viste mai una sull’altra. Eravamo ragazzi, mio padre non mi dava soldi, io avevo qualcosina in tasca giusto perché facevo qualche lavoretto oppure suonavo per strada. Ma erano pochi soldi, ci compravo le sigarette, Ciao 2001, e qualche sciocchezza. Peggio di me c’era solo Francone, che suo padre nemmeno gli dava soldi, ma lui la voglia di lavorare o di suonare un po’ per strada proprio niente. Le sigarette gliele davo sempre io.
Bobbo’ mi promise che mi avrebbe fatto risuonare anche la settimana seguente. E così fu. Altre 30,000. La cosa cominciava a piacermi. Anche perché ci demmo appuntamento per la terza settimana consecutiva. Ma quella sera mi disse che mi avrebbe pagato il martedì. Ma quel martedì era chiuso. Il giovedì, Geremia mi annunciò che l’High Bowl aveva chiuso per sempre e di Bobbo’ non c’erano notizie. Le notizie erano fantozziane e si rincorrevano senza controllo. C’era chi diceva che si fosse giocato il locale a una scopa a sette. Chi diceva che se ne fosse andato in Ungheria insieme con una funzionaria della dogana. Chi diceva di qua, chi diceva di la’. Io la verità non l’ho mai saputa, sinceramente manco mi interessava perché di natura non sono mai stato curioso. Mi dispiacque per le 30,000, ma ci misi una croce sopra e vuol dire che così doveva andare. Alla fine fatto sta che la mia prima esperienza lavorativa da suonatore era finita. 
Però ci avevo preso gusto, ma la realtà non premiava le mie aspirazioni perché la città normanna era davvero avara di possibilità.
Poi c’entra zio Nino, fratello di nonna, la mamma di mia mamma. Perché un bel giorno zio Nino viene a pranzo da noi e dopo tre canzoni cantate dopo mangiato, mezzo ‘mbriaco dice: “guaglio’ tu a chitarra ‘a suone bona, ma si’ nun te vuo’ maje muri’ ‘e famme ea’ fa’ tre cose: 1) sona ‘e canzone napulitane; 2) nun te ‘nzura’; 3) vattenne ‘a Napule”.

Sono passati trent’anni. Preso alla lettera!
  Mi studiai una quindicina di canzoni napoletane e feci la prima serata al Living Club. Non me lo sarei mai aspettato. Venne tanta di quella gente che non sapevamo più dove metterli. Alcuni si sedettero a bordo palco, molti erano in piedi. Mi ricordo ancora le facce di molti di loro. E cantavano le canzoni insieme con me. Cosa che mi face sentire il Vasco dei poveri, ma comunque faceva effetto. Ah, poi quella sera se ne andò la corrente, mettemmo le candele e io suonai acustico, unplugged come dicono i mericani. Un’atmosfera davvero irripetibile.

Dopo quindici giorni facemmo una seconda serata, organizzata in fretta e furia dopo il successo della prima. E riempimmo ancora. Poi una terza, e ancora riempimmo. Poi venne Livio, che mi propose di suonare nel campo ad una fiera che aveva organizzato. Non mi pagò che non ci aveva una lira, però quella sera c’erano davvero centinaia di persone. E poi il Lido Giardino, a Lucrino… E poi la tavernetta dell’Hotel Punta Tragara a Capri. Quella fu la mia prima stagione a pieno ritmo. Il recital lo avevo chiamato Toledo, in omaggio a via Toledo ma anche alla spada di don Diego de la Vega, meglio conosciuto come Zorro, il mio eroe (l’altro era Tex, ma non potevo chiamare il mio recital “Colt”).
  E comunque è cominciata così. Poi, giusto per la cronaca, dopo tre/quattro anni, una sera suona il citofono. Era Bobbo’. Ricomparso. Dopo i convenevoli mi dice “puoi scendere un poco, ti porto a vedere il mio nuovo locale”, “ok”, faccio io, che in realtà stavo un po’ a limone e speravo di riprendere la storia delle 30,000. E poi “Ah Gigi, già che ci sei porta pure la chitarra, che stasera facciamo l’inaugurazione”. 

Aveva aperto Il Giardino di Melo. E quella sera mi pagò.

  
Più o meno a quindici anni ho cominciato a bere birra. La gnocca è arrivata dopo. Uno dei primi problemi è stato: meglio una birra o una gnocca? Razionalizzando la cosa può essere riassunta come segue:1) una birra è sempre bagnata. La gnocca va incoraggiata. Meglio una birra.

2) una birra fa schifo servita calda. Meglio una gnocca.

3) il primo sorso di una birra ghiacciata ti ristora completamente. Meglio una birra.

4) se ti ritrovi un pelo nei denti bevendo birra puoi aver voglia di vomitare. Meglio una gnocca.

  5) dieci birre in una notte e non puoi più guidare; dieci gnocche in una notte e non hai più bisogno di guidare. Meglio una gnocca.

6) se ti fai una birra in un locale affollato è normale. Se ti fai una gnocca in un locale affollato sei un mito. Meglio una gnocca.

7) se un poliziotto ti sente l’alito che sa di birra potrebbe arrestarti; se ti sente l’alito che sa di gnocca potrebbe offrirti una birra. Meglio una gnocca.

8) se ti fai una birra con un preservativo indossato, non senti nessuna differenza di gusto. Meglio una birra.

9) Tanta birra ti fa vedere gli ufo. Tanta gnocca ti fa vedere dio. Meglio una gnocca.

  10) se ogni mattina ti chiedi come sarà la prossima gnocca sei normale. Se ogni mattina ti chiedi come sarà la prossima birra sei un alcolizzato. Meglio una gnocca.

11) strappare l’etichetta a una birra è divertente. Strappare le mutande a una gnocca è molto più divertente. Meglio una gnocca.

12) lo stato tassa la birra. Meglio una gnocca.

13) se ti fai un’altra birra, la prima non s’incazza. Meglio una birra.

14) sei sempre sicuro di essere il primo ad aprire una birra. Meglio una birra.

15) se fai agitare una birra, poi si calma da sola. Meglio una birra.

16) bionda, rossa o nera, puoi scegliere sempre la birra che vuoi. Meglio una birra.

17) di una birra so sempre quanto mi costa. Al centesimo. Meglio una birra.

  E comunque nell’indecisione ora mi faccio una birra. 

  
Quando torno da Osaka mi rimetto a dieta, dopo la golden week, a maggio, devo fare il nuovo set fotografico con Asako e voglio stare bene. Useremo le foto per la nuova versione del sito e forse anche per la copertina del nuovo CD, anche se il CD uscirà a febbraio e abbiamo ancora tempo per pensarci. Andremo da Alex, un fotografo brasiliano. È il marito di Paula, la truccatrice dei miei spettacoli. L’unica ad aver trasformato Asako da orchestrale in femmina che suona il contrabbasso.
Di tutte le diete che ho fatto, questa è la migliore. Faccio impallidire anche i vegani. Praticamente non mangio. Non mangio niente. Zero. Solo acqua, tea, caffè. Bibite a zero calorie. Latte di soia fresco. Neanche la frutta.
Poi due volte al giorno prendo un composto a base di erbe e vegetali che integra completamente tutto quel di cui l’organismo necessita.

  Non è una dieta. È un delirio. Un evoluzione del pensiero. Dopo quattro giorni controlli completamente il tuo corpo. Perché mangiare è innanzitutto un fatto di testa, che segna delle abitudini radicate sin dalla nascita. Gli orari per mangiare. Il pranzo e la cena, momenti precisi della giornata, in cui la testa prende un break perché solo per un attimo devi pensare a “cosa” mangiare. A soddisfare un’esigenza primitiva.
Quando alla testa sottrai quest’esigenza ti si fulmina il cervello. Poi diventa normale. E stai bene. Senti che il corpo risponde diversamente a tutto. Sei padrone del tuo corpo e soprattutto della tua mente.

Io sono uno di quelli che rientra nella categoria dei sempreaddieta.
A volte cerco di capire qual’e’ stato il momento di non ritorno. Perché c’è sempre un momento.

I panini alla Nutella con Arturo? Le pizzette di via Roma con Mimmo? I coni di patate fritte con Iolanda? I gelati con Titta? Le pizze con Paola? I rostitour con Dino? Le mozzarelle Aversa-Bologna con Mario?

Perché c’è sempre un elemento scatenante, a cui segue una dieta drastica.

  Diete fatte nella mia vita.
Della prima abbiamo già parlato nel capitolo due, cambio drastico da panino alla Nutella a panino e formaggino.
La seconda, al liceo. Avevo conosciuto un medico dietologo, non mi ricordo il nome, che seguiva la pallavolo. Andai da lui per una seduta di prova. Dopo la prova mi disse il prezzo. Lo dissi a mia mamma la quale rispose “ghe pensi mi… E sparagnammo ‘na’ cosa ‘e sorde”. A sogliole e merluzzi scaldati tirai giù una decina di kg.
All’università non ho fatto diete particolari. Ogni tanto qua e là. Dieta punti, dieta a zone, dieta questo, dieta quello. Ma niente di serio. Queste diete qui non funzionano. Non hanno mai fatto dimagrire nessuno e quelli che lo dicono alla TV sono pagati per dirlo. Anche quelli di herbalife.
  
Quando facevo il promotore finanziario arrivai al mio massimo, 124 kg. Un lottatore di sumo, praticamente.Fase uno, dottore De Chiara. Quello che ti illude facendoti mangiare come un vitello e poi ti mette a pane e acqua.

Fase due, ciclo di massaggi con stimolazione elettrica agli infrarossi in un centro estetico a Napoli.

Non ho capito cosa fosse, ma dopo cinque mesi ero tornato a due cifre.

Che non ho ripreso molto velocemente, ma poi ci fu la causa scatenante degli autogrill quando lavorai come selezionatore per banca fineco. Così ritornai alla fase uno, con il buon dottore De Chiara mi riportò a due cifre.
In Giappone la causa scatenante è stato secondo me il lavoro da ufficio per sei anni a CentroItalia, abbinato al cibo da “Combini”. Poi forse anche un po’ i miei anni, il metabolismo secondo me è rallentato.
Fin quando una sera non parlai di queste mie preoccupazioni con Marco, che di mestiere fa il cuoco. Ma il cuoco serio.

  E Marco mi suggerì questa “evoluzione del pensiero”, come la chiamo io ora. Ma dopo quattro mesi ero ancora li, non mangiare niente era impossibile per la mia piccola mente. Poi Marco fa un’azione di forza, mi regala il prodotto. 16 kg in un mese e perfettamente in forma. Corpo, anima e pisello.
Poi purtroppo il mio mestiere è un po’ particolare. Da settembre in poi è altissima stagione, sempre in viaggio, mangi fuori, bevi molto. Qualcosina l’ho ripreso. Ma ad aprile sarò a Nagoya per tutto il mese e avrò tutta la calma per affrontare il mio viaggio interiore.
Oggi faccio un concerto a Umeda, Osaka. Domani pranzo e cena di lavoro. Poi si comincia.

Che la forza sia con me. E con il mio spirito.
#dieta #perdopeso #vegani #dietapunti #dietazona #fitness #informa #curadimagrante #centriestetici #settechiliinsettegiorni

  
Qua tutti dicono “ジジさんイタリア人だからプレイボーイ”, che tradotto per i diversamente giapponesi vuol dire “Gigi San è italiano, quindi playboy”.La qual cosa mi farebbe anche piacere, se io lo fossi per davvero, ma io non sono mai stato un playboy. Gigione si, ma playboy no.

O meglio c’è stato un periodo in cui facevo il playboy, forse stavo in quinta elementare. Forse in quarta.
Per un breve periodo, dopo pranzo, invece di andare in giro in bici con Arturo presi l’abitudine di uscire da solo e andavo dietro al ginnasio dove mi fermavo a parlare con le ragazze del magistrale.

   Sarà stato il fatto che ero un simpatico cicciotto ma diventai presto amico di un gruppo di ragazze che mi presero in simpatia. Però c’erano i ragazzi più grandi che venivano per acchiappare e vedendo che io ero circondato da tutte queste braciolone cercavano di conoscermi per poterle acchiappare meglio. Il punto è che poi quando si conoscevano tra di loro, a me non mi cagavano più. Ne’ i ragazzi ne’ – soprattutto – le ragazze. E allora non ci andai più e dopo mangiato ripresi ad andare in bici con Arturo.

In realtà, le ragazze non mi interessavano più di tanto, tant’è vero che alle dinamiche del sesso ci arrivai piuttosto casualmente.
Fu Nicola che mi propose uno scambio di fumetti. Io avevo qualche Diabolik che compravo malgrado i divieti categorici di mia madre. Quando lo dissi a Nicola lui mi propose di fare cambio con cinque/sei fumetti suoi. Io accettai perché mia madre ogni volta che mi vedeva con un Diabolik in mano si incazzava. Prima dello scambio Nicola poi si premurò di dirmi “ma sei sicuro? Guarda che sono giornaletti sporchi”.

Allora poiché io ero sempre il simpatico cicciotto di cui sopra anche un po’ bacchettone, pensai che fossero sporchi di polvere, qualche macchia di pomodoro (perché io leggevo i fumetti a pranzo mentre mangiavo) e quindi una pulita e via. Invece no, erano proprio una decina di fumetti sporchi nel senso di zozzi. E chi li aveva visti mai! Io leggevo Tex, Topolino, Il Grande Bleck, Geppo, le barzellette della Settimana Enigmistica. Nicola mi portò Il Montatore, Lando, il Centravanti, Corna Vissute, Gigetto.

  
Minchia quante pippe. Ma mia mamma fu contenta perché non mi vide più leggere i fumetti mentre mangiavo.

Dai fumetti ai film il passo fu breve. Dopo che chiuse la sala Dante, i cinema che mandavano i porno erano il Vittoria e il Cimarosa. All’epoca solo il Metropolitan aveva una programmazione normale.
Ad ogni modo, la nostra fortuna fu che Romeo vendeva le bibite al Cimarosa e lui ci lasciava la porta dell’uscita di sicurezza socchiusa e noi riuscivamo ad entrare.

In realtà il porno di una volta era diverso, era bello. Ora lo chiamano porno vintage. C’era una storia, una trama, all’interno della quale poi c’erano scene di sesso. I titoli li conosciamo tutti, e c’era una Cicciolina agli esordi, Moana ancora ragazzina. Il top si toccò con Marina Frajese, moglie di Paolo Frajese, che lo fece con un cavallo. Almeno così dicono, io il film non l’ho visto.
E poi arrivarono i film di Banfi, Montagnani, la Fenech, Nadia Cassini. I film di Tinto Brass con Serena Grandi. Visti tutti.

  
Le attrici erano tutte belle, poppone e soprattutto non depilate che quando erano nude ci mettevi sempre un po’ di tempo a capire se erano davvero nude o se avevano la mutanda. Ora sono tutte depilate come la Barbie.

Comunque, questo per dire che la mia vita sessuale da ragazzo andava in una direzione opposta a quella dei miei coetanei, che sarà per il fatto del fisico, della pallavolo ecc (vedi cap. 2) avevano sempre belle ragazze intorno, andavano a mare a Baia Domizia e a fare la settimana bianca in posti dai nomi vagamente alpini. 
Io invece suonavo la chitarra, frequentavo lo studio di un gruppo di pittori mezzi sfigati con i quali facevamo un po’ di teatro, scrivevo le canzoni e per il resto facevo da me. Cioè non è che le ragazze non mi interessassero, ma io non interessavo a loro e quindi argomento chiuso.

Le cose andarono meglio quando conobbi Paola, ma avevo già vent’anni, forse ventuno. E onestamente alla Paola sono rimasto fedele per più di dieci anni, quindi tutto questo playboy non vedo proprio dove sta.
Anche in Giappone. Al Villaggio Italia tutti dicevano che facevo il playboy. Ma io quando non suonavo trascorrevo il tempo al caffè Nannini, molto spesso da solo. C’è un motivo. Avevo una storia con Hatsumi, che poi è andata a Yokohama e poi conobbi Kazumi, che ora vive a Santa Monica. E con entrambe avevamo deciso di non farci vedere troppo in giro nel villaggio per via dei pettegolezzi sia degli italiani che dei giapponesi.
Comunque oggi a quarantasette anni (quasi quarantotto) posso dire di difendermi ancora molto bene.
Ma non potrei mai essere un playboy.

Uno, per fare il playboy devi avere un pacco di soldi per macchina, ristoranti, teatri, barche etc. E io sono una decina d’anni che coi soldi ho litigato e parecchio pure.

Due, per fare il playboy devi avere il fisico prestante, con almeno il 60% delle terre emerse ricoperto da tatuaggi tipo carcerato messicano. E io a diciotto anni ho smesso di fare sport (vedi cap. 2) e quindi chiuso con la prestanza.

Inoltre, per fare il playboy devi tirare la coca, bere come un marinaio greco, fumare come un turco, tornare a casa ogni mattina alle cinque, devi essere in grado di gestire cinque/sei femmine contemporaneamente, inventarti un sacco di palle, avere tre/quattro numeri di telefono diversi, devi saper sciare e nuotare, devi conoscere tutte le discoteche e i bar e i posti importanti, avere un guardaroba alla Richard Gere, avere una barca, una villa, riempirti di profumo, indossare anelli, bracciali e collane come l’Immacolata in mezzo alla chiesa.

Ecco, i giapponesi mi vedono così. 
  
Io invece vivo una vita molto più semplice. Una decina di anni fa ho deciso di suonare la chitarra per vivere e da tre anni quel che guadagno lo sto mettendo tutto in un progetto di un’agenzia di produzioni artistiche. 

Quindi, o sto a casa a lavorare nel mio studio. O in giro per concerti. O in sala prova. O in una riunione. Finito. 

Una vita da playboy? Diciamo una vita da Gigione.

#playboy #sexy #diabolik #edwigefenech #nadiacassini #serenagrandi #tintobrass #porno #commediasexy

  
A me piace molto mangiare al Mc Donald’s, è un posto tranquillo, pulito e tutto sommato molto meglio di tanti altri.Mc Donald’s è democratico. Costa sempre l’istesso prezzo in tutto il mondo e puoi mangiare l’istesso menù base ovunque tu vada, più simpatiche variazioni locali (ad esempio ora in Giappone ci sono le patate fritte condite con la polvere di umeboshi.)

Cose buone del Mc Donald’s.

Al Mc Donald’s non ci sono cuochi improbabili che ti propongono la loro improbabile cucina riempiendoti il piatto di esperimenti. 

Al Mc Donald’s la creatività culinaria non è ammessa. Ringraziando Iddio.

Al Mc Donald’s nessuno ha la pretesa di saper cucinare, chi sta in cucina segue lo stesso procedimento standard in tutto il mondo.

Il Mc Donald’s non ha nessuna stella Michelin. Uno stress in meno.

Poi tutti ne parlano male, ma nessuno ha mai avuto problemi di salute mangiando al Mc Donald’s… Minchia ci sono dei posti che tutti ne parlano bene, ma dopo che hai mangiato ti attacchi al cesso e canti “lacrime napulitane” per una notte intera.

  A me i panini sono sempre piaciuti. Quando ero piccolo, al mattino io e Arturo passavamo alla salumeria di don Luigino sotto casa e ci facevamo fare il panino con una vaschetta di Nutella, lo mangiavamo per strada, mentre andavamo a scuola al campo profughi. Arturo prendeva il panino a olio, io la rosetta. Il panino a olio non mi è mai piaciuto troppo.
Però mia mamma diceva che la Nutella fa ingrassare e diede ordine a don Luigino di metterci un formaggino. Galbani, quelli tondi.

Quella è stata la mia prima dieta. Poi un giorno ho scoperto – non mi ricordo come, mi perdonerete – che il formaggino Galbani sposa bene col cotto. Piaceva anche ad Arturo. Da quel momento in poi gli interventi delle due mamme vennero puntualmente ignorati.

  L’apoteosi si raggiunse nell’adolescenza. Mortadella e Auricchio semipiccante. Suonavamo per strada e spesso raggranellavamo qualche soldo. In molti pensavano che con quei soldi ci drogavamo.
Io in verità non mi sono mai drogato, solo una volta ho fumato qualcosa, ma non mi è piaciuto e poi non mi andava di spendere soldi in quel modo. Invece venivano spesi in sigarette, panini alla mortadella e Peroni. Altro che droga!

Poi arrivarono i gemelli Caputo che tornati da un viaggio, dissero che avevano visto un ristorante dove si mangiava all’americana. Minchia! E come mangiavano gli americani? Hamburger cotti a vista e messi in mezzo a un panino morbido caldo con insalata e pomodori!
Mai visti. Neanche immaginati. I miei panini erano sempre le rosette con il formaggino e il cotto, con la mortadella e il semipiccante Auricchio o tuttalpiù con il crudo e l’Emmental. L’hamburger lo faceva mia mamma in casa e lo cuoceva a bagnomaria. Non mi piaceva, anche perché mia mamma cucina sempre senza sale.

 Poi gli americani mangiano il panino nel ristorante, che chiamano Fast Food, perché mangi in fretta e te ne vai. Invece noi il panino lo mangiavamo per strada senza fretta. Nei ristoranti mangiavamo la pizza.

Dopo poche settimane i gemelli Caputo aprirono il Niagara Fast Food. Con il nome scelto da Giannino, che faceva tanto America. Io suonai pure all’inaugurazione, avevo da poco comprato la Washburn, che poi ho chiamato Maysablue in omaggio agli Incognito.

E finalmente mangiammo questi famosi panini, e bevemmo la Coca Cola, ma secondo me la mortadella con l’Auricchio semipiccante e una Peroni la metti davanti al re. Quella sera glielo dissi e loro mi diedero ragione. E gli dissi anche che gli americani di come si mangia tutto sommato non capiscono un cazzo. Mi diedero ragione anche su quello. Finita l’inaugurazione andammo a mangiare una pizza.

Dopo poche settimane il locale cambiò gestione.

Ma poi don Luigino chiuse la salumeria, c’erano due minimarket in zona Seggio, ma non facevano i panini e quindi il ripiego sul cibo americano fu obbligato.
  Gli anni dell’università, furono anni di pizze nel cortile di Santa Chiara. Ho ritrovato il piacere di mangiare il panino alla mortadella e semi piccante Auricchio molti anni dopo in una piccola salumeria a Posillipo, piazza San Luigi, uno di quei posti incantevoli che solo Napoli sa offrire. Ma poi dopo che Paola mi ha lasciato non sono più tornato da quella parti.
Mangiare un buon panino per strada sembra sia diventato oramai un lusso. Ma secondo me oggi Mc Donald’s è molto meglio di tanti altri posti. Ci sono ristoranti negli hotel dove mangi a pranzo per mille yen e il cibo viene congelato e scongelato più volte, dove ti viene servita pasta precotta condita con salse senza gusto. Tutto riscaldato al micro onde, che uccide gli elementi nutritivi del cibo. Però tutti dicono che è buono perché è il ristorante di un hotel.
Al Mc Donald’s per seicento yen mangi da seicento yen senza pretese da Michelin. Il cibo è cotto all’istante, se freddo non viene ricotto al micro onde ma viene buttato e sostituito. Ti siedi, stai tranquillo e non hai il proprietario che ti guarda storto se stai cinque minuti in più.
Io anche se sono grosso ho lo stomaco molto delicato e quando gli ingredienti non sono buoni mi risale l’acido. Col tempo il mio stomaco è diventato meglio di un indicatore Michelin.
Ecco io non mi sono mai sentito male dopo aver mangiato al Mc Donald’s. 

Potrei invece fare l’elenco dei ristoranti dove invece dopo aver speso una fortuna, sono tornato a casa ho avuto le allucinazioni per tutta la notte. Ma meglio di no che ho già abbastanza nemici.

#mcdonald’s #auricchio #mortadella #hamburger #nutella #napoli #streetfood #fastfood

  
Non sono mai stato magro e da piccolo ero quello che arrivava sempre ultimo alle corse. Non mi è mai piaciuto correre. Poiché il buon Dio è giusto ho fatto il bersagliere.Quando ero bersagliere ogni giorno in caserma alle 16:00 c’era la corsa di brigata. Fanfara, generale, colonnelli, tutte le compagnie inquadrate a correre per trenta minuti. Mi sono sempre imboscato dietro un portone.
Poi facemmo la maratona del bersagliere, in servizio e reduci. Quel giorno non mi sono potuto imboscare. Sono arrivato penultimo, dopo di me un reduce di circa settant’anni.
Però le altre cose del bersagliere mi piacevano, tipo andare a sparare. Andavamo al poligono tre volte a settimana. Eravamo diventati dei cecchini.
  Quando ero ragazzo tutti i miei amici giocavano alla pallavolo o al tennis. Loro si applicavano e riuscivano pure. Io per un po’ ho provato con la pallavolo, ma poiché ero quello grasso, non saltavo come loro, e le palle non mi arrivavano mai. Me ne andai, però poiché la pallavolo davvero mi piace allora mi misi a fare il segnapunti di società.
Poi ho provato col tennis, con un maestro bravo, ma mi dava appuntamento alle 7:00 del mattino. Ora di barbiere. Dopo tre mesi di lezioni decisi che era arrivato il momento di emanciparmi e lo confessai a mio cugino Pierferdy. Prendemmo il campo allo Zodiaco.

Perdemmo più tempo a cercare le palle che a giocare e allora capii che nemmeno il tennis faceva per me.

Poi fu la volta della pallamano, ma una sera l’allenatore aveva il culo girato e mi prese a male parole e allora non andai più. Mi mandò pure a chiamare. Lo mandai a fare in culo.

Così intorno ai diciotto anni decisi che non avrei più provato a fare sport. E ho fatto bene. Perché ora a quarantasette anni (quasi quarantotto) tutti quelli da ragazzi avevano il fisico sono diventati più grassi di me.
Minchia, certe panze!! Quando torno e li vedo penso che se doveva finire così, allora ho fatto bene a non sbattermi troppo.

Secondo me, fare sport non serve a molto.
Ti fa spendere un sacco di soldi in scarpe, magliette, tute etc. Sei sempre tutto sudato che puzzi come se dormissi con un cane (vedi Cap. 1). Fai tanti sforzi, poi appena lasci fai una panza da far schifo, che magari tua moglie ti aveva sposato per il fisico e si ritrova Homer Simpson in casa.

  È meglio come ho fatto io. Sono grasso sin da piccolo, ma sono magro dentro.

imageNon mi piacciono i cani. Non mi piacciono le case coi cani dentro, puzzano di cane. E anche i padroni puzzano di cane se non fanno la doccia due volte al giorno. Hai voglia a lavarlo, un cane. La puzza non si toglie. Hai voglia a profumarlo. Nemmeno si toglie. Chanel, Paco Rabanne, Zino Davidoff. La puzza del cane non puoi eliminarla. Il padrone che puzza di cane se si lava poi profuma, il cane no.

E i peli. Minchia i peli del cane. I padroni dei cani hanno peli di cane dappertutto. Sui vestiti, sulle scarpe, nelle mutande. Che quando incontri un padronedicane passi il tempo a spulciarlo. Come le scimmie. In casa poi, lasciamo perdere. Tende, tappeti, guardaroba. E letto.

Minchia i cani nel letto. Non sul letto, nel letto, dentro sotto le lenzuola. Dormono con il padrone. Per questo il letto puzza. E poi il padrone pure.

E poi mangiano a tavola. Li ho visti su YouTube. Tavola bella e imbandita e il cane che mangia a tavola. Ma perché?

E poi non mi piacciono i cani coi nomi degli uomini. Un cane è un cane, un uomo è un uomo. I cani si chiamano Lassie, Fido, Rintintin. Gli uomini, Ferdinando, Arturo, Pietro.

E poi non capisco, ad esempio, quello che abita al quarto piano sopra di me, di cani ne ha tre. Non uno. Non due. Tre. Tre barboncini bianchi fetenti che abbaiano sempre e cagano ovunque nel parcheggio delle biciclette. Minchia, ma un cane solo no? Soffri così la solitudine che ne devi avere tre?

imageE poi, quando vedo per la strada il cane che caga e il padrone che gliela raccoglie mi viene un senso di schifo. Non so a voi. A me viene un doppio schifo, uno perché la cosa in se’ fa schifo; uno perché penso che raccoglierla a un cane è davvero un fatto umiliante di suo.

Ma peggio sono i cani coi vestiti. I cappotti, le calze per le zampe, i paraorecchie. Ma vi siete rincoglioniti? I cani sono cani, si autoproteggono, hanno il pelo per questo. È un fatto naturale. In Giappone ho visto cose che non oso raccontare.

imageE poi le feste per il compleanno del cane, gli hotel per i cani, i funerali per i cani, i ristoranti per i cani, i frigoriferi per il cibo per cani con la maniglia a forma di osso e quando lo apri fa “bau”, i parchi giochi solo per cani. I padroni dei cani, per i loro cani si fanno rapinare come dei bambini.

Secondo me i cani non devono vivere negli appartamenti per due motivi: uno) perché li riducono un cesso; due) perché i padroni si rincoglioniscono. I cani sono animali e hai voglia ad antropomorfizzarli: restano cani. Come tali devono vivere all’aperto, gli uomini nelle case, gli animali fuori. Questa è la regola.

Per questo i cani non mi piacciono. I pappagalli, invece, si.