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Qua tutti dicono “ジジさんイタリア人だからプレイボーイ”, che tradotto per i diversamente giapponesi vuol dire “Gigi San è italiano, quindi playboy”.La qual cosa mi farebbe anche piacere, se io lo fossi per davvero, ma io non sono mai stato un playboy. Gigione si, ma playboy no.

O meglio c’è stato un periodo in cui facevo il playboy, forse stavo in quinta elementare. Forse in quarta.
Per un breve periodo, dopo pranzo, invece di andare in giro in bici con Arturo presi l’abitudine di uscire da solo e andavo dietro al ginnasio dove mi fermavo a parlare con le ragazze del magistrale.

   Sarà stato il fatto che ero un simpatico cicciotto ma diventai presto amico di un gruppo di ragazze che mi presero in simpatia. Però c’erano i ragazzi più grandi che venivano per acchiappare e vedendo che io ero circondato da tutte queste braciolone cercavano di conoscermi per poterle acchiappare meglio. Il punto è che poi quando si conoscevano tra di loro, a me non mi cagavano più. Ne’ i ragazzi ne’ – soprattutto – le ragazze. E allora non ci andai più e dopo mangiato ripresi ad andare in bici con Arturo.

In realtà, le ragazze non mi interessavano più di tanto, tant’è vero che alle dinamiche del sesso ci arrivai piuttosto casualmente.
Fu Nicola che mi propose uno scambio di fumetti. Io avevo qualche Diabolik che compravo malgrado i divieti categorici di mia madre. Quando lo dissi a Nicola lui mi propose di fare cambio con cinque/sei fumetti suoi. Io accettai perché mia madre ogni volta che mi vedeva con un Diabolik in mano si incazzava. Prima dello scambio Nicola poi si premurò di dirmi “ma sei sicuro? Guarda che sono giornaletti sporchi”.

Allora poiché io ero sempre il simpatico cicciotto di cui sopra anche un po’ bacchettone, pensai che fossero sporchi di polvere, qualche macchia di pomodoro (perché io leggevo i fumetti a pranzo mentre mangiavo) e quindi una pulita e via. Invece no, erano proprio una decina di fumetti sporchi nel senso di zozzi. E chi li aveva visti mai! Io leggevo Tex, Topolino, Il Grande Bleck, Geppo, le barzellette della Settimana Enigmistica. Nicola mi portò Il Montatore, Lando, il Centravanti, Corna Vissute, Gigetto.

  
Minchia quante pippe. Ma mia mamma fu contenta perché non mi vide più leggere i fumetti mentre mangiavo.

Dai fumetti ai film il passo fu breve. Dopo che chiuse la sala Dante, i cinema che mandavano i porno erano il Vittoria e il Cimarosa. All’epoca solo il Metropolitan aveva una programmazione normale.
Ad ogni modo, la nostra fortuna fu che Romeo vendeva le bibite al Cimarosa e lui ci lasciava la porta dell’uscita di sicurezza socchiusa e noi riuscivamo ad entrare.

In realtà il porno di una volta era diverso, era bello. Ora lo chiamano porno vintage. C’era una storia, una trama, all’interno della quale poi c’erano scene di sesso. I titoli li conosciamo tutti, e c’era una Cicciolina agli esordi, Moana ancora ragazzina. Il top si toccò con Marina Frajese, moglie di Paolo Frajese, che lo fece con un cavallo. Almeno così dicono, io il film non l’ho visto.
E poi arrivarono i film di Banfi, Montagnani, la Fenech, Nadia Cassini. I film di Tinto Brass con Serena Grandi. Visti tutti.

  
Le attrici erano tutte belle, poppone e soprattutto non depilate che quando erano nude ci mettevi sempre un po’ di tempo a capire se erano davvero nude o se avevano la mutanda. Ora sono tutte depilate come la Barbie.

Comunque, questo per dire che la mia vita sessuale da ragazzo andava in una direzione opposta a quella dei miei coetanei, che sarà per il fatto del fisico, della pallavolo ecc (vedi cap. 2) avevano sempre belle ragazze intorno, andavano a mare a Baia Domizia e a fare la settimana bianca in posti dai nomi vagamente alpini. 
Io invece suonavo la chitarra, frequentavo lo studio di un gruppo di pittori mezzi sfigati con i quali facevamo un po’ di teatro, scrivevo le canzoni e per il resto facevo da me. Cioè non è che le ragazze non mi interessassero, ma io non interessavo a loro e quindi argomento chiuso.

Le cose andarono meglio quando conobbi Paola, ma avevo già vent’anni, forse ventuno. E onestamente alla Paola sono rimasto fedele per più di dieci anni, quindi tutto questo playboy non vedo proprio dove sta.
Anche in Giappone. Al Villaggio Italia tutti dicevano che facevo il playboy. Ma io quando non suonavo trascorrevo il tempo al caffè Nannini, molto spesso da solo. C’è un motivo. Avevo una storia con Hatsumi, che poi è andata a Yokohama e poi conobbi Kazumi, che ora vive a Santa Monica. E con entrambe avevamo deciso di non farci vedere troppo in giro nel villaggio per via dei pettegolezzi sia degli italiani che dei giapponesi.
Comunque oggi a quarantasette anni (quasi quarantotto) posso dire di difendermi ancora molto bene.
Ma non potrei mai essere un playboy.

Uno, per fare il playboy devi avere un pacco di soldi per macchina, ristoranti, teatri, barche etc. E io sono una decina d’anni che coi soldi ho litigato e parecchio pure.

Due, per fare il playboy devi avere il fisico prestante, con almeno il 60% delle terre emerse ricoperto da tatuaggi tipo carcerato messicano. E io a diciotto anni ho smesso di fare sport (vedi cap. 2) e quindi chiuso con la prestanza.

Inoltre, per fare il playboy devi tirare la coca, bere come un marinaio greco, fumare come un turco, tornare a casa ogni mattina alle cinque, devi essere in grado di gestire cinque/sei femmine contemporaneamente, inventarti un sacco di palle, avere tre/quattro numeri di telefono diversi, devi saper sciare e nuotare, devi conoscere tutte le discoteche e i bar e i posti importanti, avere un guardaroba alla Richard Gere, avere una barca, una villa, riempirti di profumo, indossare anelli, bracciali e collane come l’Immacolata in mezzo alla chiesa.

Ecco, i giapponesi mi vedono così. 
  
Io invece vivo una vita molto più semplice. Una decina di anni fa ho deciso di suonare la chitarra per vivere e da tre anni quel che guadagno lo sto mettendo tutto in un progetto di un’agenzia di produzioni artistiche. 

Quindi, o sto a casa a lavorare nel mio studio. O in giro per concerti. O in sala prova. O in una riunione. Finito. 

Una vita da playboy? Diciamo una vita da Gigione.

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