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Monthly Archives: aprile 2016

  
Nessuno si senta offeso, ma a me i comunisti non mi piacciono. Nemmeno tanto i fascisti. Ma i comunisti di più, vincono loro.Quando eravamo ragazzi i comunisti mi piacevano perché ad Aversa si faceva la festa dell’unità, alla villa. Me la ricordo perché costava tutto poco e io e Arturo potevamo mangiare le salcicce e bere la Coca-Cola, cose che a casa erano proibite da entrambe le mamme.

Poi come tutte le cose interessanti la festa dell’unità non si fece più, mai più, e io cominciai a pensare che tutto sommato questi comunisti di Aversa non erano poi tanto capaci. Nemmeno a mettere quattro bancarelle, chiamare gli amici e organizzare una festa.

  

Poi però Corrado comincio’ a fare la festa dell’unità a Marano, nel cortile di una scuola. Io ci andai una volta, e c’erano le salcicce che costavano poco, le patate fritte, i giochi a premio e soprattutto Vitti, che stava al liceo in classe con Danila e aveva due tette grandi così. Allora pensai che i comunisti di Marano erano meglio di quelli di Aversa. Poi c’era anche Vitti e questo faceva set, game, match.

Però poi successe un fatto.

L’anno successivo Corrado mi invito’ a suonare per tre giorni proprio alla festa dell’unità a Marano. Mi fece molto piacere, anche perché nella proposta venne sottolineato che le salcicce erano gratis.

E mi misero nel settore bar, quindi oltre alle salcicce anche la birra.

La prima serata così così. La seconda invece ancora me la ricordo. Eravamo io e un pianista e invece di suonare insieme, ci alternavamo, una canzone lui e una io. L’atmosfera era perfetta e c’era una energia speciale, tanto che contemporaneamente sul palco centrale c’era Consiglia Licciardi e da noi c’era più gente che da lei. Ma davvero tanta gente in più. Quella sera guadagnai un’enormità, centomila lire. Questi comunisti mi piacevano proprio.

Poi la notte venne a piovere, un temporale violentissimo che distrusse buona parte degli stand e allagò tutto. Un disastro. Chiamai Corrado il quale mi disse che saremmo andati avanti. E quando il giorno dopo arrivai alla scuola mi diedi da fare anch’io insieme a tutti gli altri per spalare il fango, ripulire le aree, riattivare gli stand.

Un culo così.

A una certa ora, arrivarono due/tre persone in auto blu, io non so chi fossero ma Vitti mi disse che erano due del partito. Sembravano importanti. Io pensavo che ci avrebbero dato una mano e invece loro fecero un giretto un discorso e se ne andarono. Fecero il giretto così bene che manco le scarpe di fango si sporcarono.

Minchia. Così voi fate i comunisti? Fratello compagno tu fatichi e io magno! Noi a farci il culo e voi belli e puliti a fare il discorso, della serie armiamoci e partite?!

Allora decisi che i comunisti non mi piacevano e che pure se facevano la festa dell’unità, quelli di Marano erano come quelli di Aversa. Tranne Vitti, per via delle tette.

Lo dissi pure a Corrado. Non mi chiamarono più.
   
Poi però mi iscrissi all’Orientale, che era come entrare nel mausoleo di Lenin.Il mio 28 a Diritto Pubblico dell’Unione Sovietica con il prof. Carlini fa ancora memoria. E poi delle menti, che belle. Il prof. Marramao, il prof. Roberto Esposito che aveva scritto un libro meraviglioso “Categorie dell’impolitico”, il prof. Ciriello e il grande Pasquale Coppola, con l’insostituibile Maury. Irraggiungibili. Un privilegio aver studiato con loro. Mi sentivo fortunato perché all’Orientale anche le mura trasudavano Cultura, con la “C” maiuscola.

Poi un bel giorno quelle mura vennero violate da una manica di scansafatiche che decisero di occupare l’istituto.

Gente di trenta/quarant’anni mai visti in istituto che decisero che invece di non fare un cazzo a casa loro dovevano venire a non fare un cazzo all’università e si chiamarono Pantera. Ci fu un’assemblea alla quale partecipai anch’io. Ad un certo punto un ragazzo si alza e dice più o meno questa cosa: “ieri mattina mi è stato consegnato un volantino. Mentre lo leggevo la digos mi ha fermato, chiedendomi i documenti, chi mi aveva dato il volantino etc. A me ha dato fastidio che per colpa di qualcuno io debba essere trattato così dalla digos”

 

Non l’avesse mai detto. Si alza un biondino col pizzetto e la faccia da eterno fuoricorso dicendo “quel volantino lo abbiamo scritto noi. Invito tutti i compagni firmatari ad alzarsi con il pugno chiuso per rivendicare la paternità della nostra azione”. E quelli per davvero si alzarono. Il ragazzo si cago’ sotto. 

A me sembravano tutti dei deficienti. Me ne andai. E decisi che non sarei mai stato comunista. Anche se stavo all’orientale.
Il ragazzo poi lo incontrai molti anni dopo in circostanze molto fortuite. Era ingrassato, si era arruolato e aveva sposato Renata, una bravissima ragazza brasiliana, che lui ha trattato veramente come merda delle scarpe. Quando seppi la storia pensai che forse una buona paliata quel giorno gli avrebbe fatto bene. Non importa se dalla digos o dai panterini. Chissà, ma forse quei comunisti avevano ragione quando lo chiamarono coglione.
Vitti invece non l’ho più rivista. Peccato.
Comunque io non potrei mai essere comunista. Perché i comunisti pensano di sapere tutto loro e pensano sempre di avere ragione loro. Anche quando non sanno le cose. Devono avere ragione perché loro sanno tutto per principio. Anche quando non sanno di quel che parlano.

  Una volta parlavo di musica con Giancarlo, chiacchiere da tabaccheria, niente di che. Ma gli dicevo quello che penso, ossia che il rock è una presa per culo generazionale e che nel mondo, dovunque sono stato, ho sempre trovato o una pizza che si chiama “O sole mio”, o un ristorante che si chiama “O sole mio”, o un hotel che si chiama “O sole mio”. Che quindi O sole mio, c’è da oltre cent’anni e ci sarà per sempre, mentre tra vent’anni la gente non saprà i Led Zeppelin chi sono. Lui mi guardò con l’aria del comunista che sa tutto lui dicendo “non penso proprio”. Io non gli risposi, ma onestamente non ho mai trovato una pizza, un ristorante o un hotel che si chiamasse “Stairway to heaven”.
  E poi prima c’era il PCI, con Berlinguer.

Ora solo umminielle, umminicchie e quaqquaraqqua! Che miseria di uomini.

In questa storia c’entra Bobbo’ perché in realtà fin che non lo incontrai io suonavo con gli amici per strada giusto per racimolare qualche spicciolo. E a San Francesco alla domenica.
  Poi capito’ che facemmo filone e andammo all’High Bowl (che non ho ancora capito che significa) e stavamo in uno dei tavolini dietro. Parlavamo di chitarra, di musica e di una nuova canzone di Pino che si chiamava Notte che se ne va. Allora Bobbo’ mi chiese se sapessi suonare e soprattutto cosa suonassi. Ci mettemmo d’accordo per fare la serata il sabato successivo. Pioveva. Mi mise a suonare accanto alla cassa, che entrando stava sulla sinistra, con un microfono a capocchia e il pick-up per la chitarra. Il tutto attaccato ad un solo canale di un amplificatore che dire che faceva schifo è un complimento.
Poi c’entra Rossella, che malgrado fosse un metro e una banana era carinissima ed era una di quelle (delle tante), che mi piacevano ma non mi cagavano nemmeno di striscio. Ebbene, quella sera lei entra e sarà stato il fascino delle sette note, l’erotismo dei capelli legati (a 15/16 anni i capelli li avevo) e dell’orecchino, insomma Rossella mi da’ un bacio.
  Poi c’entrano i soldi. Perché per quella serata io presi 30,000 lire. Minchia, 30,000 lire! E chi le aveva viste mai una sull’altra. Eravamo ragazzi, mio padre non mi dava soldi, io avevo qualcosina in tasca giusto perché facevo qualche lavoretto oppure suonavo per strada. Ma erano pochi soldi, ci compravo le sigarette, Ciao 2001, e qualche sciocchezza. Peggio di me c’era solo Francone, che suo padre nemmeno gli dava soldi, ma lui la voglia di lavorare o di suonare un po’ per strada proprio niente. Le sigarette gliele davo sempre io.
Bobbo’ mi promise che mi avrebbe fatto risuonare anche la settimana seguente. E così fu. Altre 30,000. La cosa cominciava a piacermi. Anche perché ci demmo appuntamento per la terza settimana consecutiva. Ma quella sera mi disse che mi avrebbe pagato il martedì. Ma quel martedì era chiuso. Il giovedì, Geremia mi annunciò che l’High Bowl aveva chiuso per sempre e di Bobbo’ non c’erano notizie. Le notizie erano fantozziane e si rincorrevano senza controllo. C’era chi diceva che si fosse giocato il locale a una scopa a sette. Chi diceva che se ne fosse andato in Ungheria insieme con una funzionaria della dogana. Chi diceva di qua, chi diceva di la’. Io la verità non l’ho mai saputa, sinceramente manco mi interessava perché di natura non sono mai stato curioso. Mi dispiacque per le 30,000, ma ci misi una croce sopra e vuol dire che così doveva andare. Alla fine fatto sta che la mia prima esperienza lavorativa da suonatore era finita. 
Però ci avevo preso gusto, ma la realtà non premiava le mie aspirazioni perché la città normanna era davvero avara di possibilità.
Poi c’entra zio Nino, fratello di nonna, la mamma di mia mamma. Perché un bel giorno zio Nino viene a pranzo da noi e dopo tre canzoni cantate dopo mangiato, mezzo ‘mbriaco dice: “guaglio’ tu a chitarra ‘a suone bona, ma si’ nun te vuo’ maje muri’ ‘e famme ea’ fa’ tre cose: 1) sona ‘e canzone napulitane; 2) nun te ‘nzura’; 3) vattenne ‘a Napule”.

Sono passati trent’anni. Preso alla lettera!
  Mi studiai una quindicina di canzoni napoletane e feci la prima serata al Living Club. Non me lo sarei mai aspettato. Venne tanta di quella gente che non sapevamo più dove metterli. Alcuni si sedettero a bordo palco, molti erano in piedi. Mi ricordo ancora le facce di molti di loro. E cantavano le canzoni insieme con me. Cosa che mi face sentire il Vasco dei poveri, ma comunque faceva effetto. Ah, poi quella sera se ne andò la corrente, mettemmo le candele e io suonai acustico, unplugged come dicono i mericani. Un’atmosfera davvero irripetibile.

Dopo quindici giorni facemmo una seconda serata, organizzata in fretta e furia dopo il successo della prima. E riempimmo ancora. Poi una terza, e ancora riempimmo. Poi venne Livio, che mi propose di suonare nel campo ad una fiera che aveva organizzato. Non mi pagò che non ci aveva una lira, però quella sera c’erano davvero centinaia di persone. E poi il Lido Giardino, a Lucrino… E poi la tavernetta dell’Hotel Punta Tragara a Capri. Quella fu la mia prima stagione a pieno ritmo. Il recital lo avevo chiamato Toledo, in omaggio a via Toledo ma anche alla spada di don Diego de la Vega, meglio conosciuto come Zorro, il mio eroe (l’altro era Tex, ma non potevo chiamare il mio recital “Colt”).
  E comunque è cominciata così. Poi, giusto per la cronaca, dopo tre/quattro anni, una sera suona il citofono. Era Bobbo’. Ricomparso. Dopo i convenevoli mi dice “puoi scendere un poco, ti porto a vedere il mio nuovo locale”, “ok”, faccio io, che in realtà stavo un po’ a limone e speravo di riprendere la storia delle 30,000. E poi “Ah Gigi, già che ci sei porta pure la chitarra, che stasera facciamo l’inaugurazione”. 

Aveva aperto Il Giardino di Melo. E quella sera mi pagò.

  
Più o meno a quindici anni ho cominciato a bere birra. La gnocca è arrivata dopo. Uno dei primi problemi è stato: meglio una birra o una gnocca? Razionalizzando la cosa può essere riassunta come segue:1) una birra è sempre bagnata. La gnocca va incoraggiata. Meglio una birra.

2) una birra fa schifo servita calda. Meglio una gnocca.

3) il primo sorso di una birra ghiacciata ti ristora completamente. Meglio una birra.

4) se ti ritrovi un pelo nei denti bevendo birra puoi aver voglia di vomitare. Meglio una gnocca.

  5) dieci birre in una notte e non puoi più guidare; dieci gnocche in una notte e non hai più bisogno di guidare. Meglio una gnocca.

6) se ti fai una birra in un locale affollato è normale. Se ti fai una gnocca in un locale affollato sei un mito. Meglio una gnocca.

7) se un poliziotto ti sente l’alito che sa di birra potrebbe arrestarti; se ti sente l’alito che sa di gnocca potrebbe offrirti una birra. Meglio una gnocca.

8) se ti fai una birra con un preservativo indossato, non senti nessuna differenza di gusto. Meglio una birra.

9) Tanta birra ti fa vedere gli ufo. Tanta gnocca ti fa vedere dio. Meglio una gnocca.

  10) se ogni mattina ti chiedi come sarà la prossima gnocca sei normale. Se ogni mattina ti chiedi come sarà la prossima birra sei un alcolizzato. Meglio una gnocca.

11) strappare l’etichetta a una birra è divertente. Strappare le mutande a una gnocca è molto più divertente. Meglio una gnocca.

12) lo stato tassa la birra. Meglio una gnocca.

13) se ti fai un’altra birra, la prima non s’incazza. Meglio una birra.

14) sei sempre sicuro di essere il primo ad aprire una birra. Meglio una birra.

15) se fai agitare una birra, poi si calma da sola. Meglio una birra.

16) bionda, rossa o nera, puoi scegliere sempre la birra che vuoi. Meglio una birra.

17) di una birra so sempre quanto mi costa. Al centesimo. Meglio una birra.

  E comunque nell’indecisione ora mi faccio una birra.