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In questa storia c’entra Bobbo’ perché in realtà fin che non lo incontrai io suonavo con gli amici per strada giusto per racimolare qualche spicciolo. E a San Francesco alla domenica.
  Poi capito’ che facemmo filone e andammo all’High Bowl (che non ho ancora capito che significa) e stavamo in uno dei tavolini dietro. Parlavamo di chitarra, di musica e di una nuova canzone di Pino che si chiamava Notte che se ne va. Allora Bobbo’ mi chiese se sapessi suonare e soprattutto cosa suonassi. Ci mettemmo d’accordo per fare la serata il sabato successivo. Pioveva. Mi mise a suonare accanto alla cassa, che entrando stava sulla sinistra, con un microfono a capocchia e il pick-up per la chitarra. Il tutto attaccato ad un solo canale di un amplificatore che dire che faceva schifo è un complimento.
Poi c’entra Rossella, che malgrado fosse un metro e una banana era carinissima ed era una di quelle (delle tante), che mi piacevano ma non mi cagavano nemmeno di striscio. Ebbene, quella sera lei entra e sarà stato il fascino delle sette note, l’erotismo dei capelli legati (a 15/16 anni i capelli li avevo) e dell’orecchino, insomma Rossella mi da’ un bacio.
  Poi c’entrano i soldi. Perché per quella serata io presi 30,000 lire. Minchia, 30,000 lire! E chi le aveva viste mai una sull’altra. Eravamo ragazzi, mio padre non mi dava soldi, io avevo qualcosina in tasca giusto perché facevo qualche lavoretto oppure suonavo per strada. Ma erano pochi soldi, ci compravo le sigarette, Ciao 2001, e qualche sciocchezza. Peggio di me c’era solo Francone, che suo padre nemmeno gli dava soldi, ma lui la voglia di lavorare o di suonare un po’ per strada proprio niente. Le sigarette gliele davo sempre io.
Bobbo’ mi promise che mi avrebbe fatto risuonare anche la settimana seguente. E così fu. Altre 30,000. La cosa cominciava a piacermi. Anche perché ci demmo appuntamento per la terza settimana consecutiva. Ma quella sera mi disse che mi avrebbe pagato il martedì. Ma quel martedì era chiuso. Il giovedì, Geremia mi annunciò che l’High Bowl aveva chiuso per sempre e di Bobbo’ non c’erano notizie. Le notizie erano fantozziane e si rincorrevano senza controllo. C’era chi diceva che si fosse giocato il locale a una scopa a sette. Chi diceva che se ne fosse andato in Ungheria insieme con una funzionaria della dogana. Chi diceva di qua, chi diceva di la’. Io la verità non l’ho mai saputa, sinceramente manco mi interessava perché di natura non sono mai stato curioso. Mi dispiacque per le 30,000, ma ci misi una croce sopra e vuol dire che così doveva andare. Alla fine fatto sta che la mia prima esperienza lavorativa da suonatore era finita. 
Però ci avevo preso gusto, ma la realtà non premiava le mie aspirazioni perché la città normanna era davvero avara di possibilità.
Poi c’entra zio Nino, fratello di nonna, la mamma di mia mamma. Perché un bel giorno zio Nino viene a pranzo da noi e dopo tre canzoni cantate dopo mangiato, mezzo ‘mbriaco dice: “guaglio’ tu a chitarra ‘a suone bona, ma si’ nun te vuo’ maje muri’ ‘e famme ea’ fa’ tre cose: 1) sona ‘e canzone napulitane; 2) nun te ‘nzura’; 3) vattenne ‘a Napule”.

Sono passati trent’anni. Preso alla lettera!
  Mi studiai una quindicina di canzoni napoletane e feci la prima serata al Living Club. Non me lo sarei mai aspettato. Venne tanta di quella gente che non sapevamo più dove metterli. Alcuni si sedettero a bordo palco, molti erano in piedi. Mi ricordo ancora le facce di molti di loro. E cantavano le canzoni insieme con me. Cosa che mi face sentire il Vasco dei poveri, ma comunque faceva effetto. Ah, poi quella sera se ne andò la corrente, mettemmo le candele e io suonai acustico, unplugged come dicono i mericani. Un’atmosfera davvero irripetibile.

Dopo quindici giorni facemmo una seconda serata, organizzata in fretta e furia dopo il successo della prima. E riempimmo ancora. Poi una terza, e ancora riempimmo. Poi venne Livio, che mi propose di suonare nel campo ad una fiera che aveva organizzato. Non mi pagò che non ci aveva una lira, però quella sera c’erano davvero centinaia di persone. E poi il Lido Giardino, a Lucrino… E poi la tavernetta dell’Hotel Punta Tragara a Capri. Quella fu la mia prima stagione a pieno ritmo. Il recital lo avevo chiamato Toledo, in omaggio a via Toledo ma anche alla spada di don Diego de la Vega, meglio conosciuto come Zorro, il mio eroe (l’altro era Tex, ma non potevo chiamare il mio recital “Colt”).
  E comunque è cominciata così. Poi, giusto per la cronaca, dopo tre/quattro anni, una sera suona il citofono. Era Bobbo’. Ricomparso. Dopo i convenevoli mi dice “puoi scendere un poco, ti porto a vedere il mio nuovo locale”, “ok”, faccio io, che in realtà stavo un po’ a limone e speravo di riprendere la storia delle 30,000. E poi “Ah Gigi, già che ci sei porta pure la chitarra, che stasera facciamo l’inaugurazione”. 

Aveva aperto Il Giardino di Melo. E quella sera mi pagò.

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